Il mio amico Lucino

Franco era un bambino adorabile: dove lo mettevi, stava. Intelligente e sveglio, era dotato di fervida fantasia e di una dote che i genitori apprezzavano assai: sapeva farsi compagnia da sé  e giocare da solo senza bisogno di essere intrattenuto da alcuno. Certo, gli faceva piacere che la mamma ed il papà giocassero insieme a lui ogni tanto, ma solo ogni tanto perché Franco creava storie infinite con i suoi pupazzi, trascorreva ore a fare costruzioni ed a usare un programma di disegno animato al computer. Oppure si perdeva nelle avventure di libri e fumetti, o nel giardino a giocare a pallone o ad osservare piante e fiori, difficilmente si sentiva solo o annoiato. Poiché i genitori lavoravano, Franco veniva affidato ai nonni: quando tornava a casa dal doposcuola faceva merenda e poi terminava i compiti in soggiorno dove la nonna, sul divano, guardava la televisione e lavorava a maglia o leggeva un libro. Terminati i compiti, Franco andava a giocare in camera sua o in giardino; gli sarebbe piaciuto avere un cagnolino per giocare a palla con lui, ma i genitori non erano dell’idea perché sostenevano fosse un impiccio quando si doveva andare via. Per quanto fosse pieno d’inventiva, a volte Franco avrebbe voluto un amico con cui passare il tempo, umano o canino che fosse, o meglio ancora un fratello. I suoi amici, tutte le volte che venivano a casa sua, finivano per attaccarsi alla Playstation e non c’era verso di convincerli a fare qualcosa di più movimentato o creativo. Franco si adeguava, ma non si divertiva poi tanto: i bambini che avrebbero dovuto essere suoi amici, il più delle volte gli sembravano degli estranei. Un pomeriggio di primavera dopo aver finito i compiti, continuato un puzzle da duemila pezzi, disegnato cinque fogli e terminato di leggere un libro di fiabe, Franco non sapeva  più come passare il tempo. La nonna si era appisolata sul divano, così non c’era modo nemmeno di andar fuori a prendere un gelato. Scese in giardino a tirar calci alla palla.Uffa, uffa ed ancora uffa. Quel pomeriggio proprio non passava più. A volte succedeva che il papà tornasse a casa entro le sei, e Franco si augurò che fosse una di quelle giornate così gli avrebbe chiesto di andare a fare un giro in bicicletta. Ma non ci sperava troppo. In quel momento, Franco si accorse che la luce era cambiata: pareva che si fosse fatta livida, la luce calda e piena di maggio aveva lasciato posto ad una strana luce grigio azzurra, e gli uccellini avevano smesso di cinguettare. Gli sembrava inoltre che facesse un po’ più freddo. Franco smise di correre e fermò il pallone con un piede; in quel momento sentì una folata di vento  alle sue spalle, si girò e vide una cosa simile ad bolla di sapone gigante atterrare sul prato. Dalla bolla si aprì una porta rotonda ed uscì una musica come di arpa con sottofondo di acqua fresca che scorre, poi comparvero tre esseri azzurri a forma di pera, due più grandi ed uno più piccolo. I cosi  più grandi non erano poi tanto grandi, saranno stati alti un metro e mezzo ad essere generosi, quello piccolo  a Franco non arrivava nemmeno alle spalle.  Avevano braccine corte che terminavano con manine a forma di manopola, gambette corte e tozze e piedini ovali. Gli occhi erano bellissimi: di mille tonalità blu, luminosissimi e tondi, con lunghe ciglia. Il naso era a patata e la bocca grande e sorridente. Un aspetto simpatico e rassicurante.

 

– Ciao Franco, noi siamo gli Azzurrini, veniamo da Beta Blu,  ed era da tempo che volevamo incontrare voi terrestri.

 

La voce era dolcissima, pareva musica e velluto, Franco sentì immediata simpatia e fiducia verso quella specie  di pere azzurre.

 

– Ciao… voi come vi chiamate?

– Io sono Biiiizzzzzyhaaaiiiiiit, lui è il mio compagno Ssssscccccrupit e questo e’ nostro figlio Qvaaaaaarrsuuuuup.

– … Ma tu mi puoi chiamare Lucino – aggiunse  Qvaaaaaarrsuuuuup – mi stavo annoiando tantissimo, così mamma e papà, che da tempo stanno facendo ricerca sui terrestri, hanno pensato che si potrebbe fare uno scambio culturale: io verrò a giocare con te, ed appena saremo pronti, se vorrai, sarai tu a venire a giocare da me.

A Franco non pareva vero: un nuovo amico, e per di più azzurro, dalla voce gentile e dagli occhi buoni. Sperava solo che le apparenze non fossero ingannevoli.

– Allora Qvaaaaaarrsuuuuup, verremo a prenderti per l’ora di cena, nel frattempo divertiti e fai amicizia con Franco.

I genitori di Qvaaaaaarrsuuuuup rientrarono nella bolla e ripartirono. Franco pensò che la prima cosa che  Qvaaaaaarrsuuuuup- Lucino dovesse imparare, fosse giocare a calcio. Gli spiego’  le regole principali e gli fece vedere qualche palleggio, per quanto non fosse convinto che Lucino potesse divertirsi: aveva le gambe veramente  corte, ad occhio e croce due spanne. Magari era veloce, chissà! Lucino non era veloce: era un fulmine. Riusciva ad inseguire la palla con la rapidità  della luce, e mentre correva pareva che si deformasse allungando ora una gambina ora l’altra, buttando fuori delle protuberanze dalla testa o dalle spalle per arrivare al pallone.

– Ehi, Lucino, ma così non vale! Io non riesco a far uscire bozzi come te, per prendere la palla! Né ho le gambe che si allungano! Si gioca con la … dotazione di base, ecco.

Lucino ci rimase male. Diventò tutto giallo, sicuramente doveva essere la variante aliena del rossore per imbarazzo.

– Scusami … è che la mia dotazione di base e’ questa, non saprei come fare diversamente. Davvero.

Poverino, sembrava proprio costernato.

– Allora – disse Franco- facciamo la lotta?

– La lotta?

– Si, ci prendiamo a botte, più o meno, senza però farci troppo male che poi i genitori ci sgridano.

– Ah, ma io non mi faccio mai male quando prendo delle botte!

Questa, poi! Pensò Franco, e si lanciò di testa contro Lucino. Era vero. Impossibile farsi  male: Lucino aveva una consistenza gommosa così che Franco rimbalzò all’indietro, e se non fosse stato per Lucino, che aveva allungato a mo’ di elastico i braccini per prenderlo al volo, si sarebbe schiantato contro una pianta. Franco era stupito:

– Wow! Ma sei fatto di gomma!

– Cos’è la gomma?

– Un materiale come te. Morbido, elastico.

– Non so cosa sia la gomma, ma noi quando siamo ancora piccoli siamo tutti così, crescendo diventiamo meno molli e non riusciamo più a prendere forme diverse. Tu non ci riesci?

– No, noi terrestri siamo così come ci vedi e basta.

– Mi spiace…chissà come ti annoi! E come devi far fatica, se vuoi salire sopra un albero!

–  Non faccio fatica. Guarda.

Franco iniziò ad arrampicarsi sul ciliegio, ed arrivò quasi in cima:

– Dai, Lucino, vieni anche tu!

Lucino prese la forma di un salame gigante e si avviluppo’ prima intorno al fusto del ciliegio, poi attorno ai rami, fino a raggiungere il ramo su cui sedeva Franco, dove riprese la sua consueta forma di pera per sedersi accanto al bambino. Ma il peso era troppo ed il ramo si spezzo’; Franco e Lucino caddero giù, e nella caduta Lucino si avvolse tutto intorno Franco, in modo che rotolarono a terra senza farsi niente. Franco era strabiliato, si stava divertendo un sacco a far dei giochi ad alta pericolosità che gli erano assolutamente vietati:

– Lucino, ma tu non senti proprio niente quando sbatti per terra? Non ti fa male qualcosa?

– No, non sento male, però nel punto in cui picchio contro qualcosa cambio colore e mi formicola un po’. Guarda.

Nel punto infatti dove aveva impattato col prato, Lucino aveva una chiazza rosa scuro.

– … Ma passa presto. Con l’età però ci impiega più tempo.

Proprio come per i terrestri: da piccoli si cade e ci si rialza come se niente fosse, da adulti si rischia invece di sbriciolarsi. Franco fece fare al suo amico il giro del giardino, descrivendogli piante e fiori, e gli regalò un esemplare di tutti quelli che poteva cogliere. Poi prese dei vasetti vuoti, li riempì di terra e vi seminò delle erbe aromatiche:

– Vanno innaffiati ogni giorno, e tra venti giorni spunteranno le piantine.

Lucino pareva felicissimo. A quel punto, Franco pensò di invitarlo ad entrare in casa per offrirgli una merenda, ma a metà della scala si fermò di colpo:

– Lucino, mia nonna! Come facciamo a spiegare a mia nonna chi sei e da dove vieni?!? Le verrà come minimo una sincope!

Lucino sorrise:

– Franco, non preoccuparti. Finché sarò qui con te, tua nonna non ci potrà vedere.

–   Vuoi dire che saremo invisibili?

– In un certo senso. Il tempo in cui ci muoviamo noi è un tempo a parte  rispetto a quello in cui si trova tua nonna. C’è una specie di sfasatura, ecco. Che terminerà nel momento in cui tornerò a casa.

 

Franco e Lucino entrarono in casa; la nonna continuava a sonnecchiare in soggiorno, ed i due bambini andarono in cucina dove Franco scaldò del latte, ci mise l’orzobimbo, taglio ‘ una fetta di crostata  ed offrì il tutto a Lucino.

– Mangia, e’ buono.

Lucino prese la tazza di latte fra le sue manine a manopola,  annusò il contenuto e provò a bere un piccolo sorso. Poi addento’un pezzetto di crostata, e gli si illuminarono gli occhi, che divennero ancora più grandi:

– Ma…non ho mai mangiato niente di così buono! È meraviglioso!

Al che Franco gli domandò:

–  E voi, cosa mangiate da voi?

– Mah, roba molto più colorata … Più morbida, un po’ tremolante …

– Ho capito, del budino.

– Cos’è ?

Franco aprì il frigorifero e diede a Lucino un vasetto di budino al cioccolato: il suo amico  lo mangio’ se possibile sgranando ancora di più gli occhi, e cominciò a fare un suono ronzante che assomigliava a fusa di gatto. Evidentemente la cucina terrestre incontrava il suo gusto:

– No, la roba che mangiamo noi, a parte la consistenza, non assomiglia nemmeno un po’ a questo budino! È FANTASTICO !!!

– E non hai ancora assaggiato questo … prova!

Franco prese dal frigorifero il parmigiano e ne tagliò un pezzetto che porse a Lucino: mentre lo mangiava, Franco ebbe paura che gli schizzassero gli occhi fuori dalla testa. L’ingrandimento degli occhi era un chiaro segno di apprezzamento. In quel momento, la luce si fece di nuovo più fredda e si sentì la musica di arpa e di ruscello che scorre: erano arrivati i genitori di Lucino per riportarlo a casa. L’incontro era stato un successo, così promisero a Franco che Lucino sarebbe tornato e che lui stesso sarebbe andato sul loro pianeta, appena risolte certe faccende tecniche. Lucino ripartì con un mazzo di fiori, i vasetti dov’erano stati piantati i semi di erbe aromatiche, la punta di parmigiano, due budini e tutta la crostata rimasta. Dopodiché la nonna di Franco si svegliò come se nulla fosse accaduto, e Franco guardò l’orologio: le cinque e mezza, pareva che il tempo passato con Lucino non fosse mai  esistito. Sperava di poterlo rivedere presto. Lucino tornò dopo tre giorni, e poiché pioveva, rimasero in casa a far merenda, a giocare a Monopoli ed a fare delle costruzioni col Lego. Lucino aveva portato uno dei suoi giocattoli preferiti: una specie di bolle di sapone fatte con uno strano fluido gelatinoso bianchiccio che odorava un po’ di  uovo fritto. Non era un granché invitante, ma aveva una proprietà sorprendente: quando si soffiava, prendeva la forma ed il colore che si desideravano prima di dissolversi in una specie di vapore denso, che odorava anche quello di uova fritte. E come l’altra volta, quando Lucino se ne fu andato pareva che il tempo terrestre non fosse trascorso. Lucino tornò ancora diversi pomeriggi, ed ogni volta Franco gli dava del cibo da portare a casa; un giorno fu invece Lucino a portargli una merenda aliena: si trattava di una specie di gelatina verde fluorescente, e Franco si chiese se avrebbe potuto fargli male, o magari trasformarlo in un alieno come Lucino. Pensò che se il suo amico si ingozzava di budino, biscotti, torta e latte con l’orzobimbo senza far una piega, poteva anche lui fare una merenda un po’ insolita senza riportare danni. Mangio’ la gelatina e si rese conto perché il povero Lucino stravedeva per il cibo terrestre: la gelatina era schifosa, sapeva di fango con un retrogusto di banane marce. Franco ringraziò Lucino per il pensiero, ma prese dalla credenza la ciambella e lasciò da parte la gelatina:

– Lucino, grazie per aver portato la merenda, ma forse noi terrestri abbiamo gusti un po’ diversi, mi spiace ma proprio non riesco ad apprezzarla …

Lucino sospirò:

– E’ schifoso, vero? I miei genitori stanno facendo uno studio sul cibo terrestre proprio perché il nostro e’ disgustoso. Sul piano nutrizionale forse e’ migliore, ma fa davvero schifo. Stanno cercando di capire quali delle vostre piante e dei vostri animali si possono adattare  a vivere su Beta Blu, ma abbiamo due grossi problemi.

– Quali? Clima troppo freddo, troppo caldo, poca o troppa luce?

– No, Beta Blu e’ molto simile alla terra, ci sono solo più boschi, fiumi e laghi che mare, il punto e’ che non ci sentiamo di mangiare gli animali e quanto alle piante … Beh, scoppiano durante il viaggio dalla Terra a Beta Blu. Dobbiamo mettere a punto un sistema di protezione migliore.

-Vuoi dire che i fiori ed i vasi che ti avevo dato, sono esplosi ?

– Purtroppo si. Ed anche i budini, i biscotti, le torte.Il Lego invece si era deformato.

– Ma questo vuol dire che nemmeno io potrò andare sul tuo pianeta!

– Eh, per un po’ temo di si. Sarebbe brutto se tu scoppiassi durante il viaggio.

Franco immaginò brandelli del suo cervello e schizzi del suo sangue dentro l’astronave:  una scena tremenda. Era rimasto un po’ deluso, ci sperava davvero di poter andare qualche pomeriggio a casa di Lucino.

– Ed hai idea del tempo che ci vorrà?

– Più o meno tre anni, non credo oltre, i miei genitori dicono di essere a buon punto.

Quel pomeriggio Lucino tornò a casa senza il solito pacchetto della merenda, era inutile sprecare cibo. Tornò ancora tante altre volte, e passarono tre anni. Intanto Franco aveva terminato le scuole elementari e cominciato le medie, che proprio non gli piacevano perché veniva riempito di compiti noiosi e difficili. Un giorno Lucino chiese a Franco di poter portare a casa i biscotti e qualche piantina, c’erano buone probabilità che il nuovo sistema di isolamento funzionasse. E funzionò: la volta dopo Lucino comunicò a Franco che né i biscotti né le piantine erano scoppiate, avrebbero ripetuto l’esperimento con un uccellino, poi con un essere umano scelto a caso, e se tutto fosse andato bene Franco sarebbe stato presto loro ospite. Anche Lucino in quegli anni era cresciuto un poco, si avvicinava al metro e trenta, però la differenza in altezza tra lui e Franco  era aumentata poiché Franco era diventato un ragazzino molto alto. Se lo fossero venuti a prendere, bisognava usare un’astrobolla grande. E finalmente arrivò il momento in cui Franco poté andare su Beta Blu: il viaggio fu brevissimo e la visita alla città di Lucino fu entusiasmante al punto che Franco non voleva saperne di tornare a casa. A Beta Blu sembrava tutto più bello, era tutto molto simile alla terra ma i colori erano molto più vividi, i suoni della natura più morbidi ed armoniosi, e tra gli alieni si avvertiva uno spirito di grande pace e gentilezza. Avevano piante ed animali di forme e colori sorprendenti, quando il vento si muoveva tra gli alberi sembrava di udire un canto, l’acqua scorreva nei fiumi con il suono di una carezza, e per Franco il ritorno a casa fu un vero e proprio trauma. A parte il cibo, la Terra non sembrava offrire altro di meglio rispetto a Beta Blu. Passò altro tempo, Franco terminò le scuole medie e si iscrisse alla scuola di agraria, con grande raccapriccio dei genitori che lo volevano iscrivere ad un liceo, considerandolo “sprecato” per andare a lavorare la terra. Ma Franco aveva già un progetto di cui aveva parlato con Lucino, i suoi genitori ed il gruppo di ricerca cui facevano parte: si sarebbe trasferito a Beta Blu dove avrebbe dato vita ad un’azienda agricola con colture terrestri, e magari anche aperto un ristorante. Avrebbe dovuto lasciare gli amici ed i genitori, ma aveva un piano per andarsene senza sollevare troppo schiamazzo: terminati gli studi avrebbe detto di  trasferirsi in Australia per lavoro, nessuno lo sarebbe andato a cercare fin lì ed alcune volte sarebbe tornato lui a casa giusto per mantenere qualche contatto. Facilitava il tutto il divorzio dei genitori avvenuto alcuni anni prima e seguito dalle seconde nozze di entrambi, che avevano creato delle famiglie allargate in cui Franco si sentiva un pesce fuor d’acqua: un evento che avrebbe reso un disadattato qualsiasi adolescente, per Franco invece si traduceva  in un concreto vantaggio. No, non aveva proprio nulla che lo legava profondamente alla sua terra natia. Quando si stabilì definitivamente su Beta Blu, Franco avviò  il suo agriturismo ed incontrò molti altri terrestri su quel pianeta, diversissimi tra loro per aspetto e professione, ma simili per indole: erano tutte persone sensibili ed intelligenti .  Alcuni come lui avevano pianificato la fuga con attenzione per non destar sospetti. Altri si ricordò di averne sentito parlare in un programma televisivo dedicato alle persone scomparse. Beh, che li cercassero pure. Col cavolo che sarebbero ritornati.

 

 

 

 

 

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DODICESIMA CASA

Emilia si trovava a tre mesi dall’estate con un miserabile gruzzolo di ventitré  euro e settantadue centesimi sul conto corrente: sommati ai quindici che aveva nel portafoglio, la faccenda si faceva grigia in previsione delle vacanze. Non ci avrebbe pagato nemmeno un pullman. Aveva speso allegramente, sia per necessità quali i libri universitari ed il computer, sia per divertimento: abbonamento a teatro, uscite con amici, qualche massaggio, palestra, un paio di borsette, alcuni capi nuovi per rinfrescare il guardaroba – e che, aveva ventidue anni, se non si metteva bellina adesso, cosa lo faceva, quando sarebbe stata una vecchia grinzosa? – ed i soldi erano volati via come allegre farfalle. I genitori le allungavano un po’ di mancia ogni mese, ma non era certo una cifra con cui si poteva largheggiare, così Emilia si dava da fare per conto suo facendo la standista alle fiere, la hostess ai congressi, le promozioni nei supermercati. Tenendo conto che studiava medicina con discreti risultati, si faceva un culo a capanna. Ma almeno un mese all’anno, lo doveva dedicare ad un viaggio se no le veniva la depressione. E quell’anno i soldi latitavano, aveva dato esami molto impegnativi ed il tempo per i lavoretti era stato poco. Aveva tre mesi in cui mettere insieme il denaro necessario per il giro delle repubbliche baltiche cui teneva molto. E cosa trovare di abbastanza redditizio per poter andare? Fiere non erano in programma, coi supermercati ed i congressi andava al massimo da Parma fino a San Benedetto Po, bisognava quindi studiare un’alternativa.  Cercò lavoro come barista negli orari tra aperitivo e notte, ma non avendo esperienza non trovò nulla. Non poteva fare lavori a tempo pieno perché aveva l’obbligo di frequenza all’università, e le serviva un po’ di tempo anche per studiare. Il suggerimento venne da un’amica di sua mamma, la Emma, che aveva la suocera ricoverata in geriatria e necessitava di un’assistente all’ora di pranzo, un paio d’ore tra tardo pomeriggio e sera,  la mattina per il risveglio e la colazione, ed anche la giornata intera nei fine settimana. Paga milleseicento euro in nero al mese. Perfetto! Emilia accettò al volo, nonostante le perplessità di sua mamma:

– Emilia, mi risulta che la signora sia molto anziana, che non sia autonoma nemmeno per andare in bagno, te la sentirai di accompagnarla a fare i bisogni? Guarda che tu vomiti quando senti l’odore di cacca! E poi, e’ vero che sei forzuta, ma a sollevare una persona dal letto rischi di spaccarti la schiena, pensaci bene.

– Mamma, io provo, se proprio non ce la faccio getto la spugna, cosa vuoi che ti dica.

Il giorno dopo andò a conoscere la signora Lidia. La geriatria era il reparto più vecchio e fatiscente dell’ospedale: forse, visto il target di persone ormai con un piede nella fossa e/ o la testa ormai partita, si era pensato che valeva la pena rinnovare prima altri reparti. Tanto, li dentro si era solo di passaggio o non si sapeva nemmeno dove si era. Ma il personale medico e qualche disgraziato anziano che ancora aveva conservato il lume della ragione, sapevano benissimo dov’erano: in un vero posto di merda. Alla lettera: le stanze erano ancora di quelle a quattro letti col bagno fuori, ed imperava un puzzo di merda, piscio e corpi non lavati da togliere il fiato. Emilia riuscì a trattenere il vomito solo pensando alle cupole d’oro sotto il cielo limpido di Tallinn. La signora Lidia era una vecchietta secca secca con occhi un po’ persi, ed Emilia si accorse subito che la donna era presente solo a tratti, o meglio, tendeva a dimenticare quasi subito quello che le si diceva. Aveva tra le gambe un catetere da cui penzolava il sacco dell’urina, e l’amica di sua mamma precisò che portava anche il pannolone, ma che per il bisogno grosso preferiva comunque essere accompagnata al bagno. La signora Lidia di solito mangiava autonomamente, ma se era una brutta giornata faceva i capricci e per invogliarla a mangiare bisognava imboccarla. Attenzione a che non si facesse dare tè zuccherato, aveva la glicemia alta. Le piaceva ascoltare qualcuno che le leggesse libri e giornali. Emilia sarebbe stata una via di mezzo tra una badante ed una dama di compagnia, doveva per lo più assistere la signora ai pasti ed intrattenerla un po’, e magari sbrigare piccole faccende come procurarle l’acqua, un tè, dei giornali. I lavori più pesanti, come cambiare la signora di sotto, sistemarla nel letto, lavarla e portarla in bagno, li svolgevano gli infermieri . Emilia accettò il lavoro: non le pareva certo un’impresa difficile. Il giorno dopo arrivò all’ospedale che avevano appena portato il pranzo : Emilia andò a prendere la bottiglia d’acqua, aiutò la signora Lidia a passare dal letto alla sedia, le mise il tovagliolo in grembo e le avvicinò il tavolino col vassoio. C’era una pastasciutta così cotta che solo a muoverla con la forchetta si sbriciolava tutta, una fettina di carne dall’aspetto coriaceo, e dell’insalata mista, che pareva l’unica cosa commestibile lì in mezzo. La signora piluccò un po’ di pasta, poi provò ad assaggiare un boccone della fettina che però sputò nel piatto, era troppo dura. L’insalata non la toccò nemmeno. Emilia le sbucciò la mela un po’ grinzosa che completava il pasto, e la signora ne rosicchiò appena la punta di uno spicchio. Fu una vera lotta greco- romana tentare di farle bere un bicchier d’acqua, la donna non voleva bere e sosteneva che l’acqua facesse schifo. Finito il pranzo luculliano, Emilia se ne andò per poi tornare alle cinque e mezza. Alla prima esperienza non le sembrava certo un lavoro da doversi rompere la schiena. Prima di andare di nuovo dalla signora, Emilia si procurò una lattina di birra, visto che l’acqua non la gradiva; ormai, quella donna doveva essere arrivata vicina al capolinea, tanto valeva allargarla, la vita, più che allungarla. Infatti la signora Lidia sottolineò di aver gradito la  birretta con un bel rutto potente. Portarono una tipica cena ospedaliera: minestrina in brodo, stracchino e purè, tutta roba di consistenza papposa che la signora mangio’ per metà. Intanto fece ad Emilia un terzo grado su chi era, cosa studiava, se era fidanzata, a momenti ci mancava che le chiedesse se era regolare d’intestino o meno. Emilia le rispose educatamente ma rimanendo sulle sue, capiva che quella donna poveretta aveva bisogno di un diversivo e stando dentro quel cronicario, non poteva avere gran argomenti di conversazione . Però detestava chi la mitragliava con domande personali. Poco dopo arrivò l’amica di sua mamma, che si raccomandò con Emilia che la signora bevesse a sufficienza, e le fece un sacco di domande anche lei, ma sulla signora: quanto aveva mangiato a pranzo, se le avevano cambiato la sacca della piscia, se era andata “a fare pupu’ “, se mentre era stata con lei si era alzata dal letto ed aveva fatto qualche passo. Quando la Emma seppe che : sua suocera a pranzo praticamente aveva saltato il pasto, che aveva bevuto due sorsi d’acqua, che si era alzata solo per spostarsi dal letto alla sedia, e che Emilia non era a conoscenza dello svolgimento delle funzioni fisiologiche, la Emma si stizzì :

– Emilia, oggi e’ il primo giorno e va bene, ma sono tutte cose importanti che mi dovrai riferire e di cui ti dovrai occupare. Insisti se non vuole mangiare e bere, accompagnala a fare quattro passi, e chiedi alle infermiere per la pipì e la pupu’. Mi raccomando. Se no non ci siamo.

Emilia incassò con educazione. E per fortuna che non aveva detto nulla della birra, se no sarebbe stata licenziata in tronco. Il giorno dopo fece più attenzione: nonostante le proteste, riuscì a far ingoiare alla signora Lidia una minestra di riso e piselli, le zucchine lesse ed un po’ di formaggino. E pure un bel po’ d’acqua, promettendole che se ne avesse bevuta almeno un litro, la sera le avrebbe portato la birra. Per il pomeriggio Emilia aveva comperato un giornale in modo da leggere qualcosa alla signora, ma la trovò sonnecchiante a letto. Ad un certo punto Emilia la svegliò e l’accompagnò in corridoio a fare una passeggiata; fu piuttosto faticoso,  la signora si appoggiava a lei di peso ed era rigida come uno stoccafisso, pareva di muovere un blocco di marmo. Quando rientrò in stanza, portarono la cena ad un’orario che per un comune mortale coincideva con quello della merenda, e di nuovo ebbe inizio la lotta per far mangiare la vecchia. Emilia le mostrò la lattina di birra che ebbe effetto galvanizzante. Quando arrivò la Emma, fu felice di sentire che la signora Lidia aveva mangiato, bevuto e fatto la passeggiata in corridoio. Ma mancava sempre la pupu’ perché se ne andasse del tutto soddisfatta. Non appena la Emma voltò l’angolo, Emilia aprì la birra e la signora Lidia la bevve con la stessa goduria  di un camionista bavarese all’oktoberfest, suggellando il momento di soddisfazione col consueto rutto da cavernicolo. Emilia le lesse qualche pagina del giornale di giardinaggio che aveva portato – aveva saputo che amava molto fiori e giardini- le rimboccò le coperte e poi tornò a casa.I giorni successivi proseguirono in modo analogo, Emilia aveva capito che la birra era il deus ex machina capace di farle ottenete dalla signora tutto o quasi, e poiché quella sonnecchiava parecchio riusciva anche a portarsi dietro i libri per gli esami. Però erano trascorsi cinque giorni e di pupu’ manco l’ombra. Così, arrivò la mattina del sabato mentre due infermieri erano intenti a praticare alla signora Lidia, culo nudo al vento, un clistere da un litro. Emilia, nel vedere quel corpo vecchio e floscio con la pera infilata tra le chiappe, per poco non diede un conato al pensiero di quello che sarebbe seguito dopo. Infatti. Si levarono dalla pancia della signora dei rumori preoccupanti, ed Emilia chiamò l’infermiere che sollevò di peso la vecchietta e la fece sedere sul water appena in tempo. Emilia andò a prendere salviette e sapone, e di là dalla porta sentì rumori non propriamente raffinati; quando l’infermiere aprì la porta per prendere la roba da toilette, uscì una zaffata mefitica. Emilia tornò alla stanza ma quello doveva essere proprio il giorno della purga: un’altra anziana se ne stava col sedere per aria a farsi fare il clistere. Poco dopo iniziò il concerto dal profondo dell’intestino, poi si levò un effluvio tutt’altro che gradevole  accompagnato da un sospiro di liberazione da parte della donna, ed infine arrivò un infermiera con tutto l’armamentario per bidet e cambio biancheria. Emilia a quel punto uscì in preda alla nausea, e riuscì a non vomitare solo pensando di nuovo alle cupole d’oro delle chiese di Tallinn. E fu presa dallo sconforto. Per quanto la posta in gioco fosse alta, per la prima volta dubitò della sua capacità di resistenza in quella situazione: era solo al quinto giorno di lavoro e già si sentiva abbattuta. Ma poiché si trattava di un lavoro che effettivamente poteva mettere i nervi a dura prova, pensò che momenti di alti e bassi fossero da mettere in conto. Il fine settimana fu davvero pesante, con tutta la giornata da trascorrere all’ospedale; la signora Lidia per lo più sonnecchiava, ed intanto Emilia ne approfittava per studiare. Poi le passeggiatine in corridoio, le solite lotte per farla mangiare e bere, il terzo grado della Emma quando passava la sera, e così via. I giorni  seguenti passarono tutti alla stessa maniera, ed Emilia dopo due settimane cominciò a sentirsi un po’ provata: non era stanca, ma si sentiva la testa pesante, e ci voleva un’ora e più perché, una volta fuori, le uscisse dal naso l’odore di disinfettante, merda e piscio. A volte provava ad aprire le finestre per cambiare quell’aria covata in cui le vecchie finivano per respirare da giorni la reciproca anidride carbonica e le reciproche scoregge, ma si alzavano proteste veementi. Poi, le relazioni col prossimo erano ridotte all’osso: le infermiere parlavano ai pazienti nello stesso modo in cui si parla a dei bambini molto piccoli. In effetti molti erano un pochino rimbambiti, ma così si erano assestati in una forma di regressione per cui anche loro finivano per parlare come bambini dell’asilo, pure quando dementi non lo erano ancora del tutto. E lì dentro l’essere umano pareva ridotto al cosiddetto “vermicello primordiale” mangia-caca-fotti. Mah, “fotti” era un po’ difficile, anche se magari ci potevano essere medici ed infermieri che si davano da fare in qualche anfratto. E forse qualche paziente tentava approcci galanti con le infermiere, conscio più che mai in quella situazione ed in quel luogo di come ogni lasciata fosse persa. La triste realtà  però era che lì dentro il ricoverato  veniva ridotto alla semplice fisiologia: ha mangiato, ha bevuto, ha cagato, ha pisciato, ha camminato, fine. Il fatto che non passasse nemmeno il giornalaio la diceva lunga: quei poveretti ricoverati in geriatria non venivano considerati nemmeno vivi abbastanza per sfogliare una rivista. Emilia si era incupita: da che svolgeva quel lavoro, nella stanza avevano tirato il calzino tre donne, due serenamente nel sonno, una purtroppo tra urla e bestemmie da far cadere il crocifisso appeso alla parete. Per i corridoi era tutto un frusciar di pantofole trascinate da passi incerti, ed un aggirarsi di umanità derelitta appartenente ad un mondo a parte fatto di pigiami, camice da notte e vestaglie. E non si trattava certo di biancheria lussuosa o con qualche richiamo erotico, no: erano per lo più vestaglie longuette rosa o azzurrine di pile un po’ consunto, con  i margini dei polsi ed il colletto leggermente sporchi e dal cui bordo sporgevano camice da notte a fiorellini che arrivavano al polpaccio, lasciando penosamente scoperti calzerotti bianchi o gambette secche istoriate da capillari rotti, vene varicose e lividi.  Alcuni pazienti che forse pensavano di darsi un po’ di tono giravano indossando la tuta, ma non riuscivano nell’intento sperato di dare un’immagine di sé un po’ meno malata e soprattutto in ordine: le borse alle ginocchia che facevano i pantaloni e la ciabatta ai piedi tradivano l’appartenenza alla schiera  dei ricoverati. All’interno delle stanze la situazione era ancor più deprimente, tra clisteri, cambio di sacche piene di piscia, prove della glicemia e della pressione e cambi di pannolini. Anzi, di “pannolone”. Perché pannolone, poi. Il pannolino non viene così definito da “panno-di-lino”? In tal caso si dovrebbe far distinzione tra tipi di pannolino: per bambini, per signora e per incontinenti. Se invece “pannolino” fosse definito pannolino da “piccolo panno”, allora si potrebbe declinare in pannolone? Forse si, ma resterebbe lo stesso un obbrobrio fonetico e semantico, un qualcosa di contro natura, o peggio, un elemento degno compagno di una natura matrigna e perversamente crudele. Quando era piccola, Emilia una volta aveva sentito dire che da vecchi si ritorna un po’ bambini: cadono i denti, cadono i capelli, ce la si fa addosso, la testa perde dei colpi. Per fortuna i suoi nonni erano tutti arrivati ad una ragguardevole età con i denti in bocca ed i capelli in testa, tranne nonno Gianni che era quasi pelato da quando era trentenne, e nessuno aveva mai perso la ragione o il controllo degli sfinteri. Zii e genitori sembravano anche loro in forma, per quanto erano ancora piuttosto giovani per tirare le somme. Non era vero un tubo quindi che quando si invecchia si diventa come mostruosi bambini tutti rugosi: dipende dalla vita che si ha fatto prima e da una buona dose di culo. Sicuramente quando si diventa vecchi e malati si regredisce, ma questo purtroppo accade quando si e’ molto malati senza necessariamente essere anche anziani. Emilia per risollevare l’umore si era attaccata alla macchinetta del caffè: la Emma ogni giorno le dava qualche soldo per acqua, giornali ed uno spuntino, così ad ogni ora andava a farsi un caffè, un cappuccino, un orzo, un decaffeinato, una cioccolata, e poi un altro caffè  e così via, finché non le veniva la nausea. Tra una pausa e l’altra leggeva alla signora Lidia, quando non dormiva, riviste di giardinaggio, di cucina, ed un libro di racconti d’amore.  La vacanza nelle repubbliche Baltiche se la stava proprio cavando via dalla pelle. Ogni giorno portava alla signora la birra, e qualche volta per la colazione contrabbandò anche paste e brioche: quella povera donna si trovava in un posto tristissimo, aveva ottantanove anni e quindi poteva aver tutto il diritto di godersela un pochino prima di rendere l’anima al Creatore. Non era certo un pasticcino in più od in meno che l’avrebbe ammazzata, piuttosto era la permanenza in quel luogo orrendo ad accelerare la sua dipartita. Emilia pensò di parlare alla Emma perché la signora fosse portata a casa ed affidata ad una badante, ma alla fine concluse che non erano fatti suoi, che lei era lì solo per mettere insieme i soldi necessari per il viaggio e punto. Però quella vecchietta buttata lì in un luogo che puzzava di piscio, merda e morte, le faceva una gran pena. Che fare? Parlare con la dottoressa che l’aveva in cura in modo che fosse lei a suggerire un rientro a casa, ecco. E così fece: la dottoressa disse che in effetti la signora Lidia, ricoverata per una polmonite, era guarita da un pezzo ed era solo vecchia con gli acciacchi ed i problemi di una donna molto anziana, ma certo non malata da dover rimanere in ospedale. La sera poco dopo l’arrivo della Emma, arrivò la dottoressa per annunciare dimissioni ormai prossime; la Emma accolse la notizia con un sorriso tirato che assomigliava più ad un ghigno, ed occhi che sprizzavano lampi e saette. Uscì dalla stanza chiamando fuori Emilia con voce dura:

– Emilia, vieni qui che ti devo parlare.

Ahi. Si preannunciava una lavata di capo. Ed infatti.

– Dimmi un po’, e’ stata tua l’idea di dire alla dottoressa che qui la signora Lidia si intristisce, che rischia di ridursi a trascorrere tutta la giornata a letto, e che se va avanti di questo passo finirà per andarsene presto?

Emilia sapeva che doveva mentire spudoratamente, che doveva mettere una pezza all’ingenuità ed alle buone intenzioni che rischiavano di farle saltar per aria le vacanze:

– Ma no! E’ che la dottoressa, quando ieri e’ passata per la visita, mi ha chiesto della signora, se si alza da letto o meno, se dorme o cosa fa, se chiacchiera o sta muta … Le ho solo descritto i fatti, poi sarà stata lei a trarre quelle conclusioni!

– Mah, non so se stai dicendo la verità. Emilia, cerca di capire, mia suocera non e’ più in grado di stare a casa da sola, se la dimettono dovrò portarla a casa mia e non ho tempo di prendermene cura, né io e mio marito abbiamo intenzione di spendere un sacco di soldi in badanti fisse o case si riposo. Mi rendo conto che tu possa agire per buon cuore, ma abbi un po’ di riguardi anche verso di me!

Emilia aveva capito tutto: quella povera vecchia doveva crepare alla svelta per non consumare il patrimonio che Emilia sapeva essere notevole; la Emma di lei non ne voleva sapere e Cesare, il marito della Emma e figlio della signora, era così affezionato a sua madre che si faceva vedere giusto una mezz’ora la domenica mattina. Dopo la messa perché era un uomo di fede. Andò a finire che la signora Lidia fu dimessa e trasferita in una “casa protetta”. Emilia ricevette lo stipendio con pure un po’ di mancia in più e partì per il suo tour nelle Repubbliche Baltiche, dove l’aria pulita riuscì a liberarle il naso dalla puzza di ospedale che non voleva andarsene. Quando tornò,  ebbe una sorpresa: la signora Lidia, nonostante potesse contare tutto il giorno sull’assistenza di personale specializzato, aveva chiesto ancora di lei come badante. E non c’era stato verso di convincerla che dove stava aveva intorno persone più competenti di Emilia: aveva ingaggiato uno sciopero della fame finché la ragazza non fosse tornata. La Emma telefonò ad Emilia promettendole ottimo compenso e supplicandola quasi di riprendere il suo lavoro di dama di compagnia:

– E poi, la signora mi ha detto una cosa che proprio non ho capito: si raccomanda che tu le porti il solito. Mi e’sfuggito qualcosa?

– Si tratta di un romanzo che le stavo leggendo prima delle dimissioni e che avevamo lasciato a metà. E si riferirà anche alle riviste di giardinaggio.

Così Emilia si ritrovò ancora in mezzo a testoline dai capelli candidi, sedie a rotelle e bocche più o meno sdentate. La signora Lidia era ben collocata in un miniappartamento con  camera da letto, servizio ed un salottino. Quando Emilia arrivò insieme alla Emma, la signora le fece un sorriso da un orecchio all’altro:

– Ecco signora, Emilia e’ tornata. Adesso non ci sono più scuse per non mangiare, vero?

E la signora rispose praticamente ignorandola e rivolgendosi ad Emilia:

– Ciao Emilia, sono felice che tu sia qui, sapessi che mortorio, la gente qua dentro parla solo di malattie e medicine!

Emilia si stupì : la signora era molto più brillante rispetto a quando l’aveva lasciata. La Emma uscì e la signora Lidia guardò Emilia in modo allusivo: si capirono all’istante. Emilia aprì la borsa e tirò fuori il romanzo, un giornale di piante e fiori, e, nascosti sul fondo, una brioche alla crema e la lattina di birra.

SENZA FAMIGLIA

Erano tornati a casa la mattina con in mano un fagotto cigolante. Gino, guardingo, si era avvicinato con passo felpato – d’altra parte un gatto può muoversi solo a passo felpato – ed aveva sentito provenire dal fagotto un odore strano, che non era proprio completamente sgradevole, ma neanche tanto buono. Latte, ma con una punta un po’ acida. Vaniglia, in lontananza. E però anche …pipì. Forse pure cacca. Un insieme di odori al primo acchito un po’ troppo forti ed estranei. Il fagotto roseo non la smetteva di agitarsi e cigolare, decisamente impaziente il coso, e stranamente i suoi padroni erano tutti un sorriso e lo osservavano con uno sguardo talmente zuccheroso da sfiorare l’imbecillità. Lui non si raccapezzava : se avesse miagolato con la stessa insistenza, il minimo che gli sarebbe potuto capitare sarebbe stato un rimprovero, e nessuno l’avrebbe guardato con occhio languido.  Per non parlare della domestica, che non lo sopportava e spesso gli rifilava una pedata nel sedere per pura cattiveria. Il cigolio del cosino rosa si fece sempre più intenso, finché non arrivò a fargli male alle orecchie, ed il cosino si fece color ciliegia. Brutto. Era brutto, con quelle fessure microscopiche in cui aveva stretto gli occhi, con quella bocca sdentata aperta a strillare, e con le grinze in faccia. Per nulla dignitoso. Quell’essere non sapeva proprio comportarsi, appena entrato in casa aveva subito piantato una grana incresciosa, e per cosa, poi! Già pretendeva di spadroneggiare, il cretinetto, ma si vedeva che della vita non sapeva proprio nulla. Non valeva nemmeno quanto il polpastrello del terzo dito della sua zampa sinistra. Per stare al mondo ci voleva contegno, e quell’essere ne era del tutto privo.Il padrone aprì a Gino una scatoletta con piselli e coniglio, mentre la padrona si sedette sul divano con il coso urlante in braccio, si scoprì il seno e quello immediatamente smise di strepitare  per cominciare a ciucciare. Che cosa strana! Eppure, gli parve che anche lui, tanto tempo fa, avesse schiacciato il musetto sopra qualcosa di morbido e caldo per ciucciare qualcosa di dolce ed amorevole… Salì sul divano accanto a loro e la padrona libero’ una mano per fargli le carezze, ma lui capì che quella mano, pur accarezzandolo sulla testa, allo stesso tempo lo teneva a distanza. Il grembo gli era proibito: vi regneggiava quel minuscolo esserino che fin da come si era presentato, si confermava in pieno come un gran despota. A quel punto Gino decise di farsi un giro in terrazza per schiarirsi le idee e far uscire dal naso quell’odore che gli era tanto alieno. Bisognava giocare d’astuzia e difendere con le unghie e con i denti i suoi spazi. In senso metaforico, ma se necessario anche in senso concreto. La giornata trascorse con Gino intento a prendere le misure dell’affarino appena arrivato. Sentì che lo chiamavano Alessandro, una volta la padrona lo fece ciucciare dal seno, un’altra da una bottiglia con la parte in cima a forma di tetta,  e due volte gli tirarono via da in mezzo a gambine rachitiche e grinzose una specie di straccio dal puzzo pestilenziale. Per quanto chiuso per bene in un sacchetto, continuò ad effondere un miasma offensivo per ore ed ore. Venne il momento di andare a dormire: il coso Alessandro ronfava in un cestone piazzato nella camera da letto dei padroni – e di Gino, che come al solito salì sul letto e si addormentò di botto. La giornata era stata intensa. Almeno, nessuno l’ aveva scacciato dal suo luogo di riposo notturno. Ma la notte fu infernale: Alessandro ogni quattro ore si metteva a singhiozzare e la padrona si doveva alzare per attaccarlo al seno o alla bottiglia tetti forme, e lui si prendeva sempre un calcio dato involontariamente mentre lei scendeva dal letto. Uno strazio, la mattina dopo si alzò solo per mangiare qualche croccantino e poi si schiantò sul divano per ore. Ma il sonno era comunque leggero, disturbato, Alessandro spesso gridava così forte da perforargli le orecchie, e si calmava solo se veniva preso in braccio. Uh! Lui aveva dovuto miagolare fino a sgolarsi e strofinarsi contro le gambe quasi fino a che il pelo non facesse le scintille, prima di far capire di voler esser preso in braccio, e quello lì bastava che facesse ue’ per essere subito accontentato! Che mondo ingiusto! La convivenza col nuovo inquilino tuttavia nei giorni successivi sembrò assestarsi in un ménage tranquillo, a parte gli strilli e la puzza di quegli stracci che gli cambiavano intorno al sedere. Mentre per il resto Gino si stupì della propria elasticità, a quelli proprio non poteva fare l’abitudine. Finché un brutto giorno, da un paio di settimane dall’arrivo di Alessandro, una mattina i padroni lo lasciarono in casa solo con la domestica ed il bambino. Li sentì parlare di un’uscita rapida, due, tre ore al massimo, ma Gino si mise subito in allarme. Quella donna perfida come minimo l’avrebbe segregato nello sgabuzzino. In via preventiva, Gino si nascose sotto al letto. Ad un certo punto sentì un profumo molto interessante, come di latte e miele, e guardando bene si accorse che proveniva dalla bottiglia con il ciuccio in cima, che era caduta a terra, di fianco al comodino. Gino si avvicinò incuriosito e cominciò a mordicchiare il ciuccio, finché non cominciò ad uscire qualcosa. Era proprio latte, ma più dolce e corposo di quello che gli davano di solito. Continuò a succhiare felice, ma la sua serenità durò solo pochi istanti: la domestica irruppe come una furia nella camera, lo afferrò per la collottola e lo buttò in terrazzo di malagrazia, nemmeno fosse stato un sacchetto di spazzatura. Poi chiuse i vetri dietro di sé. Gino ci rimase malissimo, ma si acciambellò dentro il vaso di gerani ad aspettare il ritorno dei padroni. Non appena li sentì arrivare, si mise a miagolare davanti alla finestra, ma vide quella strega della domestica parlar loro in modo concitato, additandolo da dentro. Parlava di lui, e non certo in modo carino. Ma Gino sapeva di poter contare sull’affetto dei padroni e non si preoccupò. Però vide che la padrona andò subito a prendere in braccio Alessandro, ed il padrone si diresse in bagno. Nessuno gli aprì. Sentiva Alessandro che faceva i suoi soliti versi strillanti, e Gino inutilmente cercò di farsi sentire miagolando con tutta la forza che aveva. Nessuno gli aprì. Allora, voleva dire che non lo volevano più.Che lo consideravano un reprobo, un delinquente, uno scarto del mondo felino. A Gino si sbriciolò il cuore.  Salì sul parapetto del terrazzo e guardò il vuoto: tanto valeva farla finita, o, se si fosse salvato, cercare una persona che gli volesse davvero bene. Ma anche la vita di strada non gli pareva poi tanto male, a paragone di quella indifferenza straziante. Si lanciò di sotto, e mentre cadeva, gli passò tutta la vita davanti agli occhi. Lui cucciolo che si arrampicava su una tenda. Il suo primo pesce con la lisca. Una serie di amori appassionati sui tetti, e quella gattina bianca a chiazze nere e rosse, che poesia! Tante serate a dormire sul divano, mentre una mano premurosa lo accarezzava… Addio, addio vita così amata, per lui non ci sarebbe più stato nessun grattino godurioso,,nessuno gli avrebbe più messo l’acciuga fresca nella ciotola, non più soffici cuscini, e nessun amore con gattine voluttuose, l’attendeva l’ignoto della morte, o una vita raminga, qualora fosse sopravvissuto. L’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio: in volo si girò, la caduta terminò sopra il tendone del bar di sotto, e Gino fu sbalzato in una vasca di fiori che adornava il dehor del bar. Lì per lì si sentì un poco frastornato, gli pareva di avvertire un dolorino ad una zampa e gli ronzavano le orecchie, ma non stava poi così male. Era cominciata la sua fuga verso la libertà. Saltò giù dalla fioriera ma sentì un gran male ad una zampa e si accorse di far fatica a camminare. In quel momento uscì dal bar un uomo panzuto con un grembiule, e vedendolo gli si avvicinò:

– Ciao, non ti ho mai visto, da dove vieni?

Poi uscì dal bar un altro ragazzo vestito uguale, ma secco come un chiodo:

– Credo sia il gatto di quei due che stanno all’ultimo piano, Patrizia e Franco. Patrizia mi aveva detto di avere un gatto bianco a macchie tigrate, penso sia caduto.   Guarda, zoppica e gli esce sangue da un orecchio. Avverto i suoi padroni, intanto diamogli qualcosa da bere e mangiare.

Gli portarono una tazza con dell’acqua ed un piattino con un po’ di prosciutto, ma si limitò a bere, aveva la nausea. E adesso, sarebbe dovuto tornare da quei senza cuore? Mai ! Raccolse le forze e stringendo i denti uscì dal bar per incamminarsi… dove? di preciso non ne aveva idea, ma bastava andare comunque. La  zampa faceva male, ma mai quanto l’essere stato chiuso fuori e privato di affetto ed attenzione. Tanto, ormai c’era Alessandro, e chi se lo sarebbe più ricordato, Gino? zoppicando si spinse fino ad un piccolo parco, dove una gatta evidentemente di facili  costumi, gli rivolse uno sguardo ammiccante. No grazie, si vedeva che quella ne doveva aver passati una colonia. Fiutò un cassonetto da cui si alzava un odore non molto invitante ma comunque curioso, e fu assalito da un gatto nero enorme che, soffiando e sputando con sguardo indemoniato, gli fece capire che quella era tutta roba sua e che era meglio se si fosse tolto dai piedi.Gino era stanco, ma fece un ultimo sforzo e si spinse ancora lontano, finché non ce la fece proprio più e si  infilo’ in un portone che si apriva in un giardino interno ad un palazzo. Schiantò sotto un glicine in fiore, e tirò dritto fino a mattina quando venne svegliato da una voce femminile:

– Di chi può essere questo gatto?

Rispose una voce di uomo:

– Non so, qui a parte noi ed i Rosi, che hanno un cane, sono tutti uffici, e’ probabile che si sia perso.

ancora la donna:

– Guarda, si deve essere fatto male, ha sangue nell’orecchio ed una zampa che fa un angolo strano. Lo porto dal veterinario. Se e’ un randagio ce lo teniamo, ti va?

Evviva! Aveva trovato famiglia!

– Mah, ha il pelo molto morbido e pulito, e senti come sono morbidi anche i polpastrelli, non mi sembra certo un gatto di strada. Se non ha il microchip proviamo a mettere dei volantini con foto nel quartiere, e se nessuno verrà a riprenderlo starà con noi.

Gino fu infilato in una scatola con dentro un cuscino e portato dal veterinario che gli fece lastre, punture e gli ficcò qualcosa di freddo e rigido su per il sedere- era una roba che odiava più delle punture- e gli fascio’ la zampina.  Poi tornò a casa con la donna, che gli diede un po’ di carne ed acqua. Gino sentì che in quella casa c’era stato un gatto, ora non più presente, ma l’odore seppur sfumato era inequivocabile. Fu adagiato sopra un cuscino messo per terra, e gli fu mostrata una cassetta piena di sabbia sul balcone. Caso mai dovesse fare qualcosina.  Passarono alcuni giorni in cui, a parte una puntura quotidiana, Gino si sentì in paradiso: lo coccolavano, gli davano da mangiare croccantini e carne buonissimi, si sentiva immerso in  un mondo fatto di lattemiele. Aveva fatto proprio bene a buttarsi dal terrazzo, quei due brutti figuri dei suoi precedenti padroni sarebbero vissuti per sempre con il senso di colpa per averlo perso, e lo avrebbero rimpianto quando non ci sarebbe stato più nessuno a riscaldar loro i piedi quando andavano a  letto ed a massaggiare con fusa amorevoli le loro grasse pance dopo cena! Ma l’idillio durò poco. Tempo pochi giorni, ed ecco che Patrizia venne a prenderlo. La sentì parlare con la sua mancata nuova padrona:

– Sapessi com’eravamo preoccupati! Io e mio marito l’avevamo visto per l’ultima volta che era sul terrazzo, Gino voleva entrare ma io sono dovuta correre da mio figlio che stava piangendo, e mio marito in quel momento aveva un’urgenza al bagno. Quando siamo andati ad aprirgli la finestra, Gino non c’era già più! Poco dopo mi ha chiamata il ragazzo del bar sotto casa: l’aveva soccorso, era caduto giù, ma quando ero scesa se n’era andato. Per fortuna ho visto il volantino dal panettiere, se no non l’avrei più ritrovato e mi sarei sentita in colpa per non so quanto!

Ah, pensò Gino, per non so quanto, non per tutta la vita! Beh, sempre meglio che niente, ma insomma, la sua perdita sperava l’accompagnasse per il resto dei suoi giorni. Patrizia pagò alla  nuova quasi padrona le spese veterinarie, e riportò Gino a casa. Fu coccolato ed accudito, certo, ma non se la sentì di dare subito grandi manifestazioni di affetto. Si accorsero che era diventato scostante, e attribuirono la causa di ciò al fatto che non stava ancora molto bene. Ma col passare dei giorni, il temperamento di Gino non migliorava. Fu portato ancora dal veterinario, che non trovò niente di particolare.Gino continuò a tenere il muso per giorni e giorni, smise difare le fusa, mangiava il minimo indispensabile per stare in piedi. La situazione si stava facendo preoccupante. Patrizia lo portò nuovamente dal veterinario: nulla, non aveva nulla, ed il veterinario ipotizzò una sindrome da shock post-traumatico dovuta al volo dal terrazzo. Fu prescritta una dose mastodontica di coccole e carezze. A casa, quella sera sentì Patrizia parlarne col marito, che subito affrontò la faccenda in modo sbrigativo:

– Ci mancava anche il gatto depresso! Beh, e’ passata a Napoleone, passerà anche a lui.

Però quando si sedette sul divano, prese Gino in braccio e lo grattò sotto il mento. Poco dopo, arrivò anche Patrizia con Alessandro in braccio, e Franco mise Gino sul divano tra lui e la moglie. Forse, poteva anche tentare qualche fusa, ma Alessandro gli tirò una pedata in testa. No, le fusa erano premature. Patrizia passò Alessandro a Franco e si prese Gino in grembo, lo carezzò sulla testa sussurrandogli paroline dolci. Era tornata ad essere anche la sua mamma, non più  solo la mamma di Alessandro. E dall’animo, finalmente sereno, le fusa si sollevarono soddisfatte.

Grazie per seguire i miei raccontini di mondo piccolo. Margherita

queenmaryland

Quando, sugli scogli, aspetti il momento giusto, tra un onda e l’altra per avanzare di un passo, ascolti il mare, ne senti la forza, avverti quando e’ più debole e vai, sperando che i tuoi piedi non incontrino un riccio o un granchietto. Vorrei guardarmi intorno con quella stessa attenzione e sentire quando e’ l’ora di lanciarsi. Ma per ora rifuggo gli scogli. Preferisco tuffarmi dopo aver camminato dal bagno asciuga a dove l’ acqua diventa un po’ più profonda, nuotare sul fondo sfiorando la sabbia, poi quando sento il fiato finire, guardare in alto vedere i raggi di sole che entrano nel mare e attraversarli fino al cielo. Una volta preso fiato lo rifaccio e ancora e ancora, con la sensazione che sia una specie di spinta primordiale a farmelo fare. Mi sento in completo contatto con me stessa e il mondo, mi vedo dentro questo attimo con la…

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CAREZZE

Filippo andava a letto presto, poco dopo le nove, perché la mattina si svegliava prima delle sette per andare a scuola. Solo al venerdì ed al sabato sera poteva stare alzato un po’ di più, visto che le mattine dopo aveva modo di dormire quanto gli pareva. In quelle sere andava coi genitori in pizzeria o trattoria, altre volte andava al cinema se c’era un film per bambini, talora crollava presto ugualmente se il pomeriggio era andato ad una festa di un compagno di scuola o dopo un’intensa giornata trascorsa a far passeggiate in Appennino. D’inverno soprattutto le serate del fine settimana trascorrevano tranquille, coi genitori che invitavano amici per cena e lui che dopo mangiato di sedeva davanti al computer a giocare o alla tv per guardare un film, o meglio un cartone animato scaricato da internet. Quando era stagione la mamma o il papà cuocevano una padellata di caldarroste sul fuoco del camino, e Filippo le sbucciava seduto sul divano col gatto Lino acciambellato a fianco. Lino era un grosso gatto bianco e nero molto affettuoso e paziente, che fin da piccolo era stato abituato a farsi palpeggiare e toccare ovunque ed in tutti i modi: Filippo gli tirava le orecchie e Lino faceva le fusa, Filippo gli grattava la pancia, e Lino si rovesciava sulle schiena, zampe all’aria,  per facilitargli il grattino, Filippo lo accarezzava sulla testa, e Lino andava in cimbali strofinandola con foga contro la sua mano. Sul muso compariva una specie di sorriso felino pieno di beatitudine, gli occhi si socchiudevano estatici, e le fusa erano così corpose che Lino pareva aver ingoiato una caffettiera in ebollizione. Se la godeva di brutto. Dopo, Lino saliva in braccio alla mamma che lo accarezzava dolcemente per un po’ e poi, dato che  la bestiola era pingue assai e pesava,lo passava al papà che continuava con le carezze. A quel punto era Filippo a distendersi sul divano con la testa in grembo alla mamma che prendeva ad accarezzargli i capelli. E Filippo poco dopo cadeva nel mondo dei sogno in perfetta  serenità. Erano serate calme e calde, in cui Filippo sprofondava in una culla fatta del tepore del camino e dell’abbraccio amorevole della mamma. Ma solo nei fine settimana: gli altri giorni era tutto più sbrigativo, la mamma o il papà lo mettevano a letto, gli leggevano una storia, gli accarezzavano un poco il viso dopo aver spento la luce, e poi si ritiravano in soggiorno a leggere o guardare la televisione. Non appena il genitore era uscito dalla stanza, Filippo riprendeva il libro in mano, si tirava le coperte fin sopra la testa e leggeva alla luce di una piccola pila. Una sera però si alzò in punta di piedi per vedere cosa combinavano i genitori in soggiorno senza di lui: erano tutti e due sul divano, l’uno con il braccio intorno alla spalla dell’altra, e Lino se ne stava in braccio alla mamma che lo accarezzava.  Filippo poteva sentire le sue fusa fin dalla soglia del soggiorno. E vedeva la sua espressione beata, ma così beata che nel totale rilassamento aveva lasciato la lingua penzolare fuori dalla bocca. Filippo lo invidiò con tutto sé stesso. La sera dopo, suo papà l’aveva appena messo a nanna che Lino entrò nella sua camera ed avvicinò il muso al suo viso: aveva il naso umido, il pelo morbido, e sapeva di croccantini. Filippo lo guardò, aveva splendidi occhi gialli, lo guardò intensamente, lo guardò così intensamente che ad un certo punto si sentì perdere negli occhi di Lino. Anzi, era come se stesse guardando attraverso gli occhi di Lino: si stava osservando mentre era sul letto addormentato, il respiro regolare, un lieve sorriso sulle labbra ed i capelli sparsi sul cuscino. Alzò il naso e fiutò un buon profumo di borotalco e biscotti. Ma allora, lui era diventato Lino? Fece qualche passo e continuò a vedersi dormire nel letto. Nessun dubbio, una parte di lui era diventata Lino. Si avviò verso il soggiorno e balzò in braccio alla mamma che inizio ad accarezzargli la testa, dietro le orecchie,  sopra, sotto, e lui che alzava il musetto per facilitarla nell’opera. Qualche parte in fondo alla gola cominciò a vibrare, e fu attraversato tutto da un tremolio di piacere e pace, mentre la mamma lo accarezzava sulla schiena, poi sulla pancia, poi ancora sotto il mento grassottello. Scivolò nel sonno accompagnato dalle carezze, dal crepitio del fuoco nel caminetto e dal profumo di legna bruciata mescolato al profumo di fiori e serenità della mamma. La mattina dopo si svegliò come se nulla fosse accaduto, e quando andò in cucina per la colazione, Lino sollevò la testa dalla ciotola e lo guardò dritto negli occhi. A Filippo parve di vedere nek suo sguardo una luce complice.

CALURA

Per una serie di sfortunati imprevisti, quest’anno non ero riuscita ad andare via per le vacanze estive. E mi stavo squagliando in una pustola di calore africano che avrebbe fatto scappare la pazienza pure ad un santo. Pareva una congiura: anche nel rovente 2003 non mi era stato possibile far vacanza in estate per questioni di lavoro, ed avevo trascorso i mesi estivi tra la piscina, lo studio e la casa in cui impazzava l’aria condizionata. Per esperienza, quando c’è davvero molto caldo la piscina in città non rinfresca un granché: l’acqua diventa una specie di brodino tiepido in cui folle disperate cercano un momentaneo refrigerio, e , tra il tepore dell’acqua e l’affollamento, mi sento come un anolino in una enorme zuppiera che ne è colma. Avevo trascorso qualche pomeriggio in alcune piscine sull’appennino parmense, certamente un po’ più fresche ma anche molto frequentate: per quanto arrivassi la mattina entro le dieci, il prato era già un carnaio e quando mi sdraiavo sull’asciugamano mi pareva di essere una luganega sulla griglia a fianco di altre luganeghe in fase di rosolatura. Inoltre, Silenzio e Privacy latitavano. Così avevo deciso di rinunciare alle piscine all’aperto ed avevo provato quelle termali al chiuso: essendoci acqua tiepida, mi pareva di sudare pure dentro la vasca. Niente da fare, non c’era modo di trovare pace e relax, ed il fresco era un lontano sogno. Pensavo con rammarico e rabbia al mese di montagna che avevo prenotato e poi disdetto per impegni improrogabili, ed il fegato mi diventava un pallone da basket quando il cretino di turno, magari telefonandomi mentre se ne stava in spiaggia, cercava di consolarmi con la solita frase idiota : magari vai via a Settembre, è bellissimo il mare in Settembre, e c’è molta meno gente! Peccato che ero murata di impegni fino alla fine di Settembre, quindi non si parlava di andare via nemmeno nel delizioso Settembre. E poi, io mica voglio andare al mare, ma in montagna, ed a settembre sulle Alpi diluvia un giorno si ed uno si. Infine, il caldo infernale è adesso, io sto male adesso ed è adesso che avrei bisogno di andare, se faccio tanto ad aspettare ottobre mi sa che di me resterà solo qualche pallida parvenza. I giorni di ferie li trascorrevo in stile flaneur: mi alzavo non prima delle nove e mezza perché la calura mi metteva addosso una gran stanchezza, facevo colazione con tutta calma, mi lavavo, vestivo e truccavo con gran cura e poi uscivo. Tardi. Andavo in centro dove passeggiavo pigramente, un po’ perché di tempo ne avevo a fiumi, un po’ perché effettivamente stordita dal caldo. Portavo con me una bottiglietta di bevanda ai sali minerali per evitare la disidratazione, e per proteggermi da un sole feroce usavo occhiali neri con lenti a televisore ed un ombrellino chiaro. Ogni giorno entravo in un negozio per comperare una qualsiasi cagata che potesse risollevare le sorti della giornata: un abito, un paio di scarpe, un libro, prodotti per il corpo o il viso, profumi – in attesa che l’estetista riaprisse. E poi vaschette di gelato, thè e tisane da fare freddi, ed un giorno perfino un anello. Era un rubino grezzo montato su oro giallo che da qualche settimana avevo visto in una gioielleria, e mi spiaceva lasciarlo lì in solitudine. Colmavo col consumismo più superficiale che mai la sofferenza per il verde ei boschi e l’azzurro del cielo che quell’anno per me restavano solo un ricordo. Comperai anche del nuovo materiale per il mio lavoro: matite colorate di diversi colori e pastosità, carta e cartoncini di differenti spessori, pensando che la crisi del mio stile nell’illustrazione forse poteva dipendere dall’utilizzo di materiali non proprio sopraffini. Anzi, proprio di bassa lega, visto che mi ero incaponita a far fuori matite che avevo nel cassetto da un pezzo e che avevo comperato secoli prima, ancora piuttosto inesperta nella padronanza della tecnica e nella scelta dei materiali. Dopo l’acquisto, c’era la tappa al bar. Il mio preferito era quello in piazza Duomo, che aveva i tavolini in un vicolo dove soffiava sempre un refolo benedetto. Era un bar di gran classe all’interno di un palazzo seicentesco , che aveva prodotti di qualità eccellente, e mi facevo portare caffè shakerato e panino o brioche. Intanto leggevo la Gazzetta di Parma ed il Corriere della Sera,  anche quelli con calma. Poi andava a finire che i giornali me li comperavo ugualmente, giusto per aver di che passare il tempo. Una mattina mi spinsi nel mio passeggiare ozioso fino al Parco Ducale, ma mi sembrò di finire più in una landa ai margini della Death Valley che in un verde parco cittadino. Il calore rovente aveva bruciato le foglie, al punto che molti alberi avevano rami colmi di foglie marroni tutte accartocciate. Alcune piante addirittura si erano già spogliate quelle fronde, più simili a cadaveri avvizziti che ad altro, ed erano quasi nude. Poiché erano ormai tre mesi che non pioveva e faceva un caldo che non si sopportava nemmeno a girar in tenuta adamitica, i prati erano ormai polverosi , gialli e rinsecchiti; a completare il quadro da arsura ci si era messo pure un vento caldo che sollevava nubi di polvere dai vialetti e faceva rotolare ammassi rotondi di foglie secche, rami e cartacce varie. Quasi come quelle palle di rovi che vedi rotolare nei deserti del Texas. Solo che qui eravamo a Parma, Emilia, Italia. Terra grassa e turgida, l’Emilia, non abituata ad essere arrostita da tali botte di calore. Anch’io mi sentivo un po’ stranita dal calore, così mi sedetti al chiosco del giardino e presi una granita all’amarena, cercando di affogare la noia in quel rosso magenta che mi ricordava la passione ed il cuore che quell’estate parevano ottenebrati e lontani. Il fresco della granita mi aiutò a tornare a casa senza stramazzare al suolo, ma arrivai comunque talmente cotta che il mio pranzo si limitò ad un frullato e una coppetta di gelato. Il pomeriggio andai a casa della mia amica Cicci, che, fortuna sua, d’estate si trasferiva nella villa che i genitori avevano comperato in collina a Maiatico. Un posto delizioso: una villa del settecento vicina al parco dei Boschi di Carrega, con un porticato che si apriva sulla Val Baganza, un bellissimo e vasto giardino con tanto di piscina, e soprattutto sempre fresca anche in giornate dalla temperatura infernale. Non sono mai stata invidiosa di niente e nessuno, tranne che di Cicci e della sua villa di campagna: credo che pur di avere un posto così, avrei fatto un patto col diavolo. Nel salire a Maiatico, mi si strinse però il cuore nel vedere i campi di terra riarsa, piantagioni di pomodori piccoli e rinsecchiti, colture di mais avvizzite; pure il prato di Cicci era ingiallito, ed aveva crepe tali e tante da dover fare attenzione a dove si mettevano i piedi. La terra urlava sete, soffriva in modo indicibile, e mi pareva di essere attraversata da quel grido straziante. La mia insofferenza per il caldo era niente a paragone del dolore che provavo nel vedere i fiumi asciutti, le piante bruciate, la terra spaccata: era una sorta di com – passione con la natura così sofferente e sofferta a lacerarmi ed a rendere pesanti quei giorni dal calore crudele di un’estate infinita. Quel pomeriggio il caldo era così opprimente che non si riusciva quasi a respirare, e solo immerse nella piscina si poteva trovare un po’ di sollievo che svaniva non appena si era salite dall’acqua, al punto che fummo costrette a rifugiarci in casa tra mura per fortuna fresche ed una penombra un po’ opprimente. Mi fermai a cena e solo quando ripresi la macchina per tornare a casa, verso le undici, si cominciava ad avere una temperatura appena decente. In collina. La città mi accolse con una ventata infernale di caldo umido, e per quanto cercassi di difendermi con l’aria condizionata, passai la notte a rotolarmi nel letto col pigiama inzuppato ed i capelli incollati alla faccia, tanto ero sudata. La mattina mi svegliai – tardi – con gli occhi fuori dalla testa, il parapetto del balcone già verso le dieci poteva fungere da barbecue, ma indomita uscii lo stesso diretta al mio bar preferito. Non so se a causa di un calo di pressione da calore, o per un attacco di cervicale da aria condizionata, finii per vomitare tutto il caffè freddo dietro un angolo del cortile interno al bar, una vera figuraccia, ma iniziavo a star male per quel caldo inverecondo. Mi trascinai alla macchina e feci tappa alla gelateria per il solito chilo di gelato, ed appena arrivata a casa mi buttai sotto la doccia per tentare di abbassare la temperatura, mi pareva di avere la febbre. Me la provai anche: trentasei e mezzo. Andando verso il soggiorno, inciampai nella mia gatta, che, schiantata dall’afa, se ne stava sdraiata sul pavimento lunga distesa, con le zampette davanti protese a tuffo per disperdere più calore possibile. Protestò miagolando e prese a girare con aria intontita, diretta alla ciotola dell’acqua. Le feci delle spugnature con l’acqua fredda perché aveva la testa bollente, ma non parve gradire molto visto che ingaggiò una lotta furibonda con la spugna. Il caldo continuò implacabile ancora per giorni e giorni, esplodendo in una bolla davvero luciferina sul finire di Agosto, io sempre a casa che mi dovevo pure sorbire le telefonate di amici ad amiche appena tornati dalle vacanze, o ancora in vacanza, che mi compativano e si dolevano per la mia estate cittadina. Ma vaffanculo!!! Il basilico sul balcone richiedeva acqua almeno due volte al giorno, le ortensie in giardino pendevano appassite come stracci, il fico aveva cacciato fuori pochi frutti piccolissimi, per quanto la scarsità del raccolto fosse compensata da una qualità eccellente. Ogni tanto si alzavano folate di aria rovente che lasciavano me, la gatta ed il basilico ancora più storditi e passi. Poi, arrivarono previsioni meteo di perturbazioni ed aria fresca in arrivo, ma sembrò una presa in giro: una notte si levò fortissimo il solito vento caldo, e si scatenò una tempesta di lampi. Bagliori di luce, tuoni minacciosi, il vento spezzò addirittura parecchi rami degli alberi in giardino, ma di acqua nemmeno l’ombra. La mattina mi svegliai che il cielo era coperto e l’aria effettivamente un pochino meno arroventata, almeno dopo mesi di luce accecante gli occhi trovavano riposo, ma durò poco: già a metà mattina si fece strada il solito, implacabile, ormai stramaledetto sole, con nuova impennata delle temperature. Verso mezzogiorno il cielo si coprì a macchia di leopardo, senza che tuttavia nuvoloni neri riuscirono a coprire il sole,  e riprese un concerto di tuoni accompagnato da qualche raro gocciolone d’acqua. Tuonava a più non posso, e le nubi spremevano a fatica un po’ di pioggia, ma la situazione era paragonabile a quella di uno stitico che, dopo dieci giorni che non andava di corpo, si era seduto sulla tazza del water per fare una fila di scorregge ed espellere con sforzo massimo solo qualche cacchetta caprina. Quella caricatura di pioggia ebbe l’effetto di alzare dall’asfalto bollente un’afa offensiva, di scatenare un’umidità che toglieva il respiro, e dopo neanche dieci minuti riprese a soffiare il solito, estenuante vento caldo.  La mattina dopo però era effettivamente più fresco, e dopo tre mesi fu la prima giornata in cui non fui costretta ad accendere l’aria condizionata. Ma l’aria al pomeriggio si fece immobile, opprimente. E la notte fu necessario ricorrere all’aria condizionata, che quell’anno ormai era diventata ufficialmente l’Aria e basta. Continuarono ancora alcuni giorni di cielo stitico, coperto a tratti da nuvoloni plumbei che poi venivano spazzati dal vento per lasciare posto ad un azzurro terso, finché una sera piovve sul serio. I muri di casa tuttavia erano ormai talmente impregnati del calore indicibile che si era protratto per mesi, da poter avere un po’ di frescura solo lasciando le finestre apert;, appena si abbassavano le tapparelle si riprendeva a bollire. Decisi di sfidare la fortuna, e tra il dover accendere ancora il condizionatore ed il rischio di trovarmi naso a naso con un ladro, scelsi l’eventuale rischio del furto e lasciai le finestre spalancate tutta notte. La mia incoscienza ebbe fortuna, non entrò nessuno e verso mattina, con un mugolio di soddisfazione, mi dovetti alzare per prendere una copertina dall’armadio. Faceva davvero fresco. Era sabato e mi vestii per uscire ed andare al bar: scelsi un paio di pantaloni lunghi che non mettevo da mesi, una camicia ed un golf di cotone, e fu con gioia che, seduta al tavolino del bar, mi sentii infreddolita all’aria quasi autunnale che si era alzata. Nonostante la sciarpina di cotone, la notte mi venne la tosse e la mattina dopo mi risvegliai col mal di gola, ma mi sentii quasi felice. I giorni dopo arrivò la tanto sospirata pioggia: prima scrosciante accompagnata da tuoni e fulmini, poi piangente, infine sussurrante e carezzevole in un pomeriggio in cui, dopo mesi e mesi, vidi la mia gatta accoccolarsi sul suo telo posto sopra la copertina che  rivestiva il letto. Ed allora non seppi resistere : cullata dalla pioggia mi sdraiai sotto la coperta, con la gattina ronfante ai miei piedi. Finalmente frescura e pace.

FELINITA’1 – LIU’

Dire che quella era la degna gatta di una strega, non rendeva abbastanza l’idea. Da cucciolo era meravigliosa, col pelo bianco su zampe e pancia, e tigrato sulla schiena ed il musetto, ma crescendo le erano rimasti degli occhi piccoli, obliqui e di un giallo verde inquietante, e si era evidenziata una gobbetta sul naso. La mattina all’alba picchiava con le zampe la porta delle camere da letto fino a che non le si apriva per sfinimento: allora la si prendeva in braccio, la piccola Liù: per un paio di minuti si lasciava coccolare facendo le fusa, finchè, stanca di smancerie ed affamata, compariva negli occhi particolarmente obliqui una strana luce diabolica e ti  tirava una zampata in faccia. Infida e perfida, la gattina. Non più cucciolina priva del controllo degli sfinteri,  ma ormai a quasi sei mesi, si era messa a fare la cacca dietro porte ed angoli: delle orrende tortine mollicce che denotavano problemi intestinali, così la si portò dal veterinario. Aveva la colite, quindi era probabile che mollasse i suoi prodotti di rifiuto dove veniva colta da spasmi addominali: una cura appropriata fece scomparire il problema,  o quasi, perché nei momenti in cui si sentiva particolarmente arrabbiata ci lasciava ugualmente regalini profumati dietro le porte. Arrivò anche per lei il periodo degli amori, così dopo averla lasciata sollazzare coi gatti arrapati del circondario, la facemmo sterilizzare: non volevamo gattini da dover smistare tra amici e conoscenti. Dopo l’intervento andai a prendere dai veterinario Liù, che era messa sotto chiave nel suo trasportino: appena ripresi i sensi dopo l’anestesia, la bestiola aveva tentato una fuga verso la libertà ed il veterinario l’aveva acciuffata appena in tempo mentre stava varcando la soglia dell’ambulatorio. Il veterinario sollevò il trasportino per porgerci l’amata micina, che a sua volta sollevò una zampetta ed innaffiò di pipì i pantaloni del veterinario. La mattina dopo l’intervento, non la si trovava più: feci un giro del giardino perché sospettavo si fosse nascosta in un cespuglio, quando sentii un “mew” sopra la testa. Liù se ne stava appollaiata sul salice, era riuscita a salirvi indomita, incurante del dolore. Crescendo, manifestò una caratteristica rarissima nei gatti: odiava lavarsi, era sempre sporca lercia, col pelo nero dove doveva essere bianco e pezzi di terriccio sotto le zampe, così una volta alla settimana le facevo lo shampoo e per fortuna si lasciava lavare senza fare troppe storie. Il temperamento era quello di una gatta avventuriera che spesso e volentieri si assentava per giorni, ma aveva anche momenti di dolcezza in cui ti saliva in braccio ed amava farsi coccolare. Nell’insieme era molto ribelle e selvatica, per nulla socievole con gli estranei, ma gelosissima del territorio e di noi amici umani: quando pensai di darle un’amichetta felina e mio cugino mi portò due deliziose cuccioline soriane, Liù si sedette sdegnosa sulla soglia della porta del soggiorno, dandoci la schiena e girandosi ogni tanto con un “miao” sprezzante. Così non ebbe nessun altro gatto a farle compagnia. Ma si arrangiava comunque benissimo, scorribande e lotte feroci coi gatti vicini erano il pane quotidiano, e spesso tornava col naso o le orecchie graffiate. Non era affettuosa neanche un po’, ma le volevo bene comunque, era un esserino che in fondo dipendeva da me, per quanto fossi sicura che se la sarebbe cavata benissimo anche da sola. Quando andai al mare per la vacanza con la famiglia la portammo con noi, e prima le facemmo fare una puntura di tranquillante dal veterinario, visto che la micia soffriva la macchina e piangeva come una vite tagliata. Servì a poco, tutta la strada tra Parma e Forte dei Marmi ebbe la colonna sonora dei suoi lamenti strazianti. Ed a nulla servì infilare nel lettore cd dell’auto la Turandot con la romanza “non piangere. Liù”: Liù piangeva così tanto da sputare le tonsille. Arrivati alla casa del mare la facemmo uscire nel giardino, e lei si ambientò benissimo, al punto che si diede anche lì a scorrerie e festini, ma esagerò. Un giorno tornò a casa zoppicante, non la si poteva toccare che urlava, così la portammo d’urgenza dal veterinario al Forte: aveva un’emorragia interna ed andava operata d’urgenza. Liù passò un paio di giorni tramortita, e questo era il chiaro segnale che non stava affatto bene, ma poi riprese la sua tempra indomabile. Poiché dovevamo farle quotidianamente delle punture di antibiotico, una nostra amica si era offerta di farle da infermiera, avendo esperienza di punture con i suoi cani e gatti. Ma si vede che era abituata ad animaletti ben più docili: non appena Liù venne punta, schizzò via con la siringa infilata nella chiappa, soffiando e sputando; fui costretta a portarla tutti i giorni per una settimana dal veterinario, che essendo deciso e nerboruto riusciva a tenere testa a quella belva. La vacanza per Liù non fu certo rilassante, ma nemmeno per me. Tornate a casa, riprese il suo solito andirivieni tra i giardini circostanti, e più di una volta la vidi in strada : inutilmente cercai di spaventarla con le urla in modo che stesse lontana dalla strada, lei era libera ed indomita. Purtroppo il suo spirito avventuroso le fu fatale: quando aveva quasi tre anni fu investita. Mio padre trovò il cadaverino nel fosso che costeggiava la strada e lo portò via appena in tempo perché io, che stavo uscendo per andare ad una festa, non la vedessi. Seppi della sua fine tragica ma prevedibile la mattina dopo, e passai la giornata a piangere. Era ribelle, era elusiva e di scarsa compagnia, ma restava pur sempre il primo animaletto domestico che avevo avuto. Le volevo bene, e mi mancava tanto. Sconvolta com’ero dalla sua scomparsa, decisi che non avrei mai più avuto gatti che potessero rischiare di finire sotto una macchina, ma mi sarei presa un cagnolino. Andai anche al canile per vedere se c’erano cuccioli e per poco non me ne portai a casa uno. Ma il destino aveva scelto per me altro.